© Alberto Missana

© Alberto Missana

…pochi secondi o un secolo, piccole grandi storie di straordinaria quotidianità

Alberto Missana, autore di alcuni straordinari ebook fotografici liberamente scaricabili dai suoi siti personali o dall’Apple Store, ci mostrerà e ci racconterà alcuni dei suoi lavori, utilizzando il tempo come chiave di lettura dei suoi progetti fotografici.

I progetti fotografici di Alberto partono da un’idea, si sviluppano lungo un percorso accuratamente pianificato e si chiudono mescolando emozioni, parole ed immagini, raccontandoci storie suggestive ed affascinanti, utilizzando poche immagini accuratamente distillate, lavorando per sottrazione fino a quando ciò che resta si carica di senso e significato.

© Alberto Missana

© Alberto Missana

A seguire, dopo la multivisione, si terrà la presentazione del workshop “Idee in luce – il progetto fotografico, come passare dal cercare al trovare le foto”. Il workshop è in collaborazione con il CFP.

© Alberto Missana

© Alberto Missana

Lunedì 5 settembre 2016, ore 20:30, presso la Sala conferenze del Palmanova Outlet Village G.C.

 

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Ingresso Libero

facebook-logo

info per workshop “Idee in Luce”

www.ideeinluce.net

siti personali Alberto Missana

www.accademiadelleidee.it

www.artistiinluce.it

www.fotocerchi.it

email

amissana@gmail.com

 

 

Multivisioni in Piazza Grande
Circolo Fotografico Palmarino

Venerdì 1° luglio, ore 21:30
Piazza Grande, Palmanova

 

Il Circolo Fotografico Palmarino, in collaborazione con il Comune di Palmanova,  presenta una rassegna delle sue più belle multivisioni, per la prima volta all’aperto in Piazza Grande:

 

Friuli Venezia Giulia Lanscapes

(i più bei paesaggi della nostra splendida Regione visti dai Soci del Circolo)

Sistiana © Matteo Bordignon

Sistiana © Matteo Bordignon

Matajur

(una prima visione assoluta, immagini di Carlo Gallone)

Matajur © Carlo Gallone

Matajur © Carlo Gallone

 

Cromoterapia

(la coloratissima Burano, vista dagli amici di Fotoclub Obiettivo Burano e dai soci del CFP)

Burano © Luigino Snidero

Burano © Luigino Snidero

Inspired by Iceland

(l’Islanda attraverso gli occhi di Marco Manzini, Stefano Rossi, Daniele Favret, Yan Bertoni e Paolo Vercesi)

Iceland © Stefano Rossi

Iceland © Stefano Rossi

Palma A.D. 1615

(4 anni di rievocazioni in Palmanova attraverso le immagini dei Soci del Circolo).

Rievocando... © Luigino Snidero

Rievocando… © Luigino Snidero

Ingresso libero

 

Rafael Rojas

Rafael Rojas

Il grande fotografo naturalista e paesaggista Rafael Rojas, Hasselblad Master 2014, sarà per la prima volta in Italia a Palmanova sabato 26 Novembre, dalle 17:30, ospite del Circolo Fotografico Palmarino.

Rafael Rojas presenterà al pubblico del Teatro Gustavo Modena le sue immagini più belle ed in particolare quelle contenute nel suo ultimo libro, “Timeless”, con straordinarie immagini di un’iconica e splendida Venezia in bianco e nero e stampa fine art.
Rafael Rojas ci mostrerà e racconterà come la fotografia di paesaggio possa diventare una forma creativa di espressione artistica individuale. Affronterà, con esempi concreti e con le sue immagini più belle, i diversi aspetti del processo fotografico, mettendo a confronto il paesaggio esteriore con quello interiore.

Classic Edition Timeless Timeless © Rafael Rojas

Classic Edition Timeless Timeless © Rafael Rojas

Nella presentazione e interazione con il pubblico sarà affiancato da un’interprete. L’evento è gratuito, ma è caldamente consigliato prenotare anticipatamente il posto online.
Per informazioni al riguardo scrivere a cfpalmarino@gmail.com

 

© Rafael Rojas

 

 

Rafael Rojas è un artista il cui lavoro fotografico si concentra spesso su concetti quali il tempo, la decadenza ed il cambiamento, l’interazione tra l’uomo e la natura e le sue conseguenze sull’equilibrio ambientale, l’energia latente nel paesaggio e la caducità dell’esistenza .
Rafael si sforza di rinchiudere concetti, emozioni e spiritualità dentro le sue opere .

Rafael si dedica oggi al ruolo di Direttore di “Essential Seeing“, una scuola Svizzera dedicata all’insegnamento della fotografia come strumento creativo per l’espressione personale che utilizza come strumenti didattici ebooks, video e la frequentazione di workshops fotografici.
Assieme alla moglie Anca, organizza viaggi fotografici immersivi in alcuni dei posti più magnetici e ricchi d’ispirazione al mondo.
È stato fondatore di  Whytake.net, a lungo la più importante ed esclusiva comunità online di fotografi naturalisti al mondo.

 

Symmetry by the sea © Rafael Rojas

Symmetry by the sea © Rafael Rojas

 

Premi

2014   Master Hasselblad

2013   Photolucida Critical Mass – Finalist

2013   International Photography Awards IPA – First Prize

2013   International Photography Awards IPA – Third Prize

2013   International Photography Awards IPA – 3 Honorable Mentions

2013   Px3 Prix de la Photographie de Paris – Category winner

2013   Px3 Prix de la Photographie de Paris – Third Prize

2013   Px3 Prix de la Photographie de Paris – 2 Honorable Mentions

2013   Masters Cup Color Awards – 3rd prize

2012   International Photography Awards IPA – 2 First Prizes

2012   International Photography Awards IPA – 2 Second Prizes

2012   International Photography Awards IPA – Third Prize

2012   International Photography Awards IPA – 3 Honorable Mentions

2012   Px3 People’s Choice Awards – Gold & Silver Medal

2012   Px3 Prix de la Photographie de Paris – Bronze Medal

2012   Px3 Prix de la Photographie de Paris – Honorable Mention

2012   Panoramic Photographer of the Year – Silver Award

2012   Memorial Maria Luisa Awards – First Prize

2011   International Photography Awards IPA – First Prize

2011   International Photography Awards IPA – Second Prize

2011   International Photography Awards IPA – 4 Honorable Mentions

2011   Trierenberg Super Circuit – Gold Medal

2010   International Photography Awards IPA – First Prize

2010   International Photography Awards IPA – Second Prize

2010   International Photography Awards IPA – 2 Honorable Mentions

2010   Memorial Maria Luisa Awards – First Prize

2010   ICP Awards – 3 Honorable Mentions

 

Soft shores © Rafael Rojas

Soft shores © Rafael Rojas

 

Mostre

2014   MontPhoto FEST, Girona, Spain

2014   Photokina 2014, Köln, Germany

2014   Confrontations Gessiennes, France

2014   Casa de Cultura Portalea, Eibar, Spain

2013   Chillon Castle, Montreux, Switzerland

2013   Gallery Metropolis 7, Geneva, Switzerland

2013   Gallery Espace Dupon, Paris, France

2013   Fundación Barraquer, Barcelona, Spain

2013   Voies Off Rencontres d’Arles, France

2013   Caja Castilla La Mancha, Albacete, Spain

2013   Palacio de Revillagigedo, Gijón, Spain

2012   Gallery “Bolena”, Dijon, France

2012   Centro biodiversidad Torre Madariaga, Vizcaya, Spain

2010   Smithsonian Museum, Washington, USA

2010   Burke Museum, Seattle, USA

 

Hebridean stripes © Rafael Rojas

Hebridean stripes © Rafael Rojas

 

Pubblicazioni – Libri

2015   “Timeless”, Rafael Rojas Edition

2011   “Natura”, Editions Altus

2010   “Bouts de Planète”, Editions Altus

 

Seracs © Rafael Rojas

Seracs © Rafael Rojas

Il occasione dell’evento più importante dell’anno per la Città Stellata, la partenza di tappa del Giro d’Italia, il CFP ha avuto l’opportunità di disporre di un importante spazio espositivo: la loggia in Piazza Grande.

In quel bellissimo ambiente, abbiamo quindi allestito l’anteprima della nostra mostra “Naturalmente FVG” e, nell’antistante porticato, giovedì 19 maggio sera, durante la grande festa del Giro, abbiamo proiettato alcune delle nostre più belle multivisioni.

Questo breve articolo è solo per dire un grandissimo grazie all’Amministrazione Comunale, che ha creduto in noi e ci ha ospitati nel suo spazio migliore, a tutti i numerosissimi visitatori della nostra mostra, ai fotografi che hanno messo a disposizione i loro scatti più belli, alle Officine Grafiche Visentin, che li hanno stampati in modo stupendo, a tutti i Soci che hanno allestito, presidiato e smontato la mostra. Per noi è stata una grande festa di fotografia, ancora grazie davvero di cuore a tutti!

Ora la mostra riposerà fino a settembre, quando sarà ospitata al BioPhotoFestival Internazionale di Budoia. A ottobre invece verrà allestita presso la Festa d’autunno a Feletto Umberto. Poi ci saranno ancora 2 location splendide, ma per ora sono ancora top secret!

 

Si decide come ordinare le foto

Si decide come ordinare le foto

Si prendono le misure

Si prendono le misure

Un soddisfatto sguardo d'assieme

Un soddisfatto sguardo d’assieme

 

Marco pianta i primi chiodi

Marco pianta i primi chiodi

Come le mettiamo?

Come le mettiamo?

Discussioni tecniche e raddrizzamento linee

Discussioni tecniche e raddrizzamento linee

Ancora discussioni tecniche...

Ancora discussioni tecniche…

Un angolo della mostra

Un angolo della mostra

Un angolo della mostra

Un angolo della mostra

Preparativi per le proiezioni

Preparativi per le proiezioni

Giovedì 19, mostra aperta!

Giovedì 19, mostra aperta!

E anche le affissioni sono a posto

E anche le affissioni sono a posto

Luigino con il vicesindaco, Adriana Danielis

Luigino con il vicesindaco, Adriana Danielis

Un momento della proiezione di FVG Landscapes

Un momento della proiezione di FVG Landscapes

Gigi in ...maglia rosa

Gigi in …maglia rosa

Tutti con il cappellino del Giro!

Tutti con il cappellino del Giro!

Il Giro è partito, si smonta...

Il Giro è partito, si smonta…

Il 9 aprile, ospiti del Circolo Fotografico Palmarino e di Proloco Manzano, Jacqueline De Monte e Valentino Morgante ci hanno presentato, nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Rosazzo, il loro splendido libro fotografico “Terra d’Africa”.

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Come al solito, i fotografi sono stati intervistati dal nostro Paolo Vercesi:

 

Jacqueline De Monte

Jacqueline De Monte

Valentino Morgante (e Daniele Marson)

Valentino Morgante (e l’editore Daniele Marson)

Paolo Vercesi

Paolo Vercesi

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Vercesi: Buonasera Jacqueline, buonasera Valentino e buonasera Daniele (Daniele Marson editore ndr)

Da un po’ di tempo è nostra abitudine intervistare gli ospiti delle nostre serate, siete pronti?

 

Jacqueline De Monte: Siamo pronti!

 

PV: Incominciamo dalla prima domanda, una di quelle facili, siete entrambi di origini friulane ma Jacqueline è nata a Parigi mentre Valentino è nato in Malawi, come vi siete incontrati? Come si sono incrociate le vostre vite?

 

Valentino Morgante: A questa domanda preferisco lasciar rispondere Jacqueline…

 

JDM: Innanzitutto mio papà e mia mamma sono di Artegna, il papà e la mamma di Valentino sono di Tarcento e ci siamo incontrati a metà strada. Tra Tarcento e, diciamo, Artegna, durante una sua vacanza. Ci siamo accorti di avere qualcosa in comune, cioè guardare le montagne, ma arrivare con lo sguardo ben oltre le montagne. Lui mi affascinava con i suoi racconti, che per me erano incredibili… mi parlava dei leoni, che da ragazzino teneva un serpente nel taschino, di grandi foreste… per me, che vivevo a Tarcento, erano racconti molto coinvolgenti. È  da lì, tra un racconto e l’altro, che è nata la mia voglia di vedere l’Africa.

 

VM: Era una semplice strategia di conquista… (risate, ndr)

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Un momento dell’intervista

PV: La passione per la fotografia, invece, com’è nata?

 

VM: Beh, io ho sempre avuto la passione per la fotografia fin da bambino in Africa. Tutto è partito quando i miei genitori mi hanno regalato una piccola compatta a pellicola, si parla di davvero tanto tempo fa, e da lì, tra animali e paesaggi, mi sono appassionato. In particolare, della fotografia, mi affascina il movimento. Quando sono tornato in Italia ho collaborato con un’agenzia di Bologna che seguiva le automobili da corsa e ogni settimana ero in trasferta per fotografare le gare. Ma la passione vera era per la natura. E dopo un paio di viaggi assieme in Africa, ho coinvolto anche Jacqueline in questa passione.

 

PV: la decisione di trasferirvi in Africa com’è arrivata?

 

JDM: certamente per una donna staccarsi da tutte le sicurezze che può dare un paese come l’Italia, con una casa, i genitori, un lavoro… è difficile decidere e partire, ma Valentino aveva veramente un grandissimo mal d’Africa. Chiuso dentro il suo ufficio sembrava un leone che  girava in tondo nervoso e che sperava che la gabbia si aprisse. Solo io avevo la chiave. Ho aperto la gabbia e siamo partiti.

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Un momento dell’intervista

PV: quindi per voi l’Africa era più di un posto dove andare a lavorare.

 

VM: sì, è il posto dove ci piace vivere e dove vogliamo condividere il nostro stile di vita con le persone che vengono da noi. Questa è diventata la nostra missione.

 

PV: Raccontateci qualcosa di più del vostro lavoro. Siete guide certificate dell’NATH, Namibiam Academy for Tourism and Hospitality, come ci siete arrivati?

 

VM: come in tutte le professioni bisogna studiare ed imparare. Per ottenere una licenza occorre frequentare dei corsi, in questo caso dell’ente del turismo della Namibia. Flora, fauna, geologia, astronomia, tutto ciò che aiuta a conoscere l’ambiente… abbiamo imparato tante cose da poter condividere con gli altri. E continuiamo a seguire nuovi corsi per aggiornarci e per rinfrescare le conoscenze.

 

JDM: L’ultimo corso l’abbiamo fatto in Botswana, ed è stato uno dei corsi per guide naturalistiche più difficili in assoluto.

 

PV: Il vostro lavoro come si svolge?

 

VM: Abbiamo iniziato facendo da guida naturalistica per le varie agenzie, poi pian piano abbiamo iniziato ad organizzare da soli i nostri viaggi. Li organizziamo per piccoli gruppi, quindi sono viaggi personalizzati, per coppie, per appassionati di natura e fotografia. Noi organizziamo tutto il pacchetto ed in genere facciamo anche da guide e da accompagnatori.

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© De Monte Morgante

JDM: …cercando sempre di coinvolgere tutti con la nostra conoscenza e la nostra passione per quei posti. L’Africa non è solamente da vedere ma anche da conoscere. Infatti chi non ci va con una guida specializzata ed appassionata si ferma alla conchiglia, noi cerchiamo di far vedere la perla che c’è dentro la conchiglia. Questo è il nostro obiettivo.

 

PV: Prima ci parlavate di leoni, di serpenti e di situazioni che a noi sembrano pericolose. L’Africa è pericolosa o no?

 

VM: L’Africa è come una grande metropoli, prendiamo ad esempio Milano, ci sono zone pericolose, ma la maggior parte di Milano non è pericolosa, l’Africa è proprio così. Ci sono dei posti pericolosi e quello che vi succede viene amplificato dai media, ma ci sono comunque zone dell’Africa tranquille e sicure, come quelle dove ci troviamo e lavoriamo noi e dove troviamo sempre una serenità ed una tranquillità incredibili.

 

PV: Vi è capitata qualche avventura da raccontare?

 

VM: A novembre eravamo in Botswana, nel 2015 c’è stata una grandissima siccità nell’Africa australe, con una totale mancanza d’acqua. Ci trovavamo nella regione del Savuti, un’area dove gli anni prima c’era acqua e dove vivono gli ippopotami. Abbiamo trovato un ippopotamo molto disidratato vicino ad una pozza asciutta, edad un certo punto ci ha caricati di brutto. Sono riuscito appena in tempo ad inserire la marcia e partire, me lo sono trovato a 50cm. L’impatto sarebbe stato come uno sconto con un’automobile di 2 tonnellate.
Altre volte nei campeggi abbiamo avuto i leoni a farci “visita”, tante volte abbiamo visto le cariche degli elefanti. Con l’esperienza si impara a leggere e capire le situazioni, ed un tempo fuggivamo via molto prima.

© De Monte Morgante

© De Monte Morgante

JDM: …infatti l’ultima volta gli elefanti del Damaraland erano così vicini che un giovane di circa 12 anni ha “annusato” l’automobile e con la zanna ha spinto un pochino e la carrozzeria ne porta ancora i segni.

 

VM: In generale direi che non ci è mai successo di trovarci in situazioni di vero pericolo… forse l’unica volta in cui mi sono trovato in pericolo è facendo canoa nel fiume Zambesi in mezzo agli ippopotami. L’ippopotamo è l’animale che causa più morti in Africa, perché pur essendo un erbivoro è molto territoriale.

 

PV: Questa sera siamo qua per presentare il vostro libro che vanta una prefazione di Alberto Angela, paleontologo, divulgatore, scrittore, giornalista e conduttore di trasmissioni televisive, come nasce questa prefazione?

Un momento della serata

Un momento della serata

JDM: Ho accompagnato Alberto per la RAI per tre volte, e questo ci ha dato la possibilità di conoscerci. Alberto  ritiene che il viaggio che ha fatto con me in Namibia sia stato il suo più bello in Africa proprio perché sono riuscita a trasmettergli la conoscenza e la passione che ho per l’Africa e per la natura. Di conseguenza anche nel suo quarto viaggio, che ha voluto fare privatamente con famiglia e amici, ha voluto trasmettere ai figli le stesse emozioni che aveva provato. In qualche modo è stato come se Alberto Angela avesse avuto il desiderio di ricambiare quello che aveva ricevuto. Forse è stata lui la persona che più ci ha spinti a realizzare il libro, aveva visto queste fotografie e ci ha detto che meritavano di venire pubblicate.

 

PV: Questo libro raccoglie fotografie scattate nell’arco di ben 20 anni. Se non arrivava Alberto Angela avreste pubblicato lo stesso il libro, oppure avreste aspettato ancora un po’?

 

VM: Penso che i tempi fossero maturi, o adesso o mai più! Quando abbiamo cominciato a scattare, si utilizzavano ancora le diapositive ed ad un certo punto ci siamo fermati per diversi anni. Il digitale in qualche modo è stato la nostra salvezza e ci ha spinti a ritornare a fotografare.

 

(proiezione della multivisione "Terra d'Africa")

 

PV: Nella vostra multivisione “Terra d’Africa” quante foto analogiche avete usato?

 

VM: Sono molto poche le foto scansionate dalle diapositive, forse un 5%.

 

(pubblico): Qual è stata la foto più difficile che avete realizzato durante la vostra carriera di fotografi?

 

VM: La foto più difficile la dobbiamo ancora scattare, proprio perché è veramente difficile… il mio sogno è sempre quello di fotografare due grandi elefanti maschi in combattimento.

 

(pubblico): c’è una foto che vi ha fatto dire: “accidenti ce l’ho fatta!”

 

VM: Ci sono tante foto che che quando torni a casa e le riguardi ti fanno dire “WOW”!
La mia grande passione, come ormai avrete capito, sono gli elefanti ed i leoni. E credo siano proprio loro gli animali che mi hanno dato più soddisfazioni.

 

Daniele Marson: Forse la foto più diffile è quella che abbiamo raccontato anche nel libro…

 

VM: …sì, volevamo fotografare il passaggio degli elefanti da una prospettiva diversa. Quindi abbiamo deciso di piazzare una macchina fotografica nella zona di passaggio e di telecomandarla. Gli elefanti generalmente usano dei sentieri specifici, e così siamo riusciti a fare alcune foto con il telecomando, un paio abbastanza belle. Solo che ad un certo punto una famiglia di 6-7 elefanti ha visto la macchina fotografica e non gli è piaciuta… la matriarca l’ha puntata e le ha dato un calcio facendo volare via tutto quanto. È stato incredibile vedere una tale violenza ed aggressività verso una cosa così minuscolo al loro confronto. Forse hanno sentito l’odore, l’adrenalina dell’uomo o qualcosa sulla macchina e che solo loro possono sentire. Alla fine siamo comunque riusciti a recuperare la macchina e scaricare le foto. Aggiungo che abbiamo continuato ad usare quella stessa macchina per altri due anni!

 

JDM: …ma non l’obiettivo!

 

VM: La salvezza della macchina è stata l’obiettivo che si è staccato dalla macchina ed ha attratto gli elefanti. C’era tanto rumore e tanta polvere, è stata veramente una scena pazzesca.

 

(pubblico): Quel paesaggio desolati con quegli alberi secchi…

© De Monte Morgante

© De Monte Morgante

JDM: Gli alberi nel lago bianco sono nell’area “Dead Valley” detta anche “bacino morto”, si pensa che quegli alberi siano morti 700 anni fa, ma sono ancora in piedi.

 

VM: Sono di un legno molto duro e resistente.

 

JDM: Nel deserto ci sono pochissimi batteri e gli alberi non si decompongono.

 

(pubblico): Le foto non sono state fatte tutte dalla jeep?

 

VM: Quando siamo fuori da soli valutiamo sempre la situazione e talvolta ci piace scendere a livello del terreno, ma sempre mantenendo la distanza di sicurezza.

 

(pubblico): Il periodo migliore per venire in Namibia?

 

VM: Sicuramente da maggio a dicembre, ma non è detto che non sia bello anche il periodo delle piogge, ma è sicuramente più a rischio per la pioggia e gli animali si vedono un po’ di meno.

 

(pubblico): Dove avvengono le fioriture che abbiamo visto nel filmato?

 

VM: Quelle fioriture avvengono in una zona particolare del Sudafrica, a sud della Namibia, a nord-ovest di Città del Capo, particolarmente piovosa d’inverno, quindi in primavera ed in estate c’è questa famosa fioritura, chiamata fioritura del Namaqualand.

 

PV: In sala c’è un gran numero di fotografi, ci raccontate qualcosa di tecnico, cosa c’è nella vostra borsa, che strumenti usate, cosa non lasciate mai a casa.

© De Monte Morgante

© De Monte Morgante

VM: Abbiamo tre corpi macchina, non so se si può dire la marca, portiamo sempre un grandangolo 17-40, lo zoom 70-200/2.8, il nuovo 100-400 della …Canon (risate, ndr) …che funziona benissimo, poi il 300/2.8, mentre altri obiettivi più costosi, quando servono si possono trovare in affitto.

 

JDM: Poi non mancano mai il treppiede, il telecomando ed il timer per fare i timelapse che avete visto nella multivisione.

 

VM: Non si può fare a meno di un coprimacchina per tener fuori la polvere: dove viviamo noi in Namibia è pieno di polvere e bisogna sempre stare molto attenti in special modo durante il cambio obiettivi.

JDM: Basta un soffio di vento e viene fuori anche polvere che non vedi.

 

DM: Con la pulizia del sensore come fate?

 

VM: Portiamo via due o tre corpi macchina proprio per cercare di cambiare obiettivo il meno possibile. Poi quando veniamo in Italia oppure quando andiamo a Città del Capo ci sono dei centri che fanno la pulizia dei sensori. Ormai abbiamo imparato una buona tecnica e cambiamo obiettivo solamente quando ci sono delle scene veramente importanti o drammatiche ed il problema della polvere passa in secondo piano. Altrimenti cerchiamo di evitare di farlo.

 

PV: A parte l’attrezzatura fotografica cosa serve per venire a fotografare in Africa? Cosa bisogna portarsi da casa?

 

JDM: Il cuore. Il cuore aperto, non aspettarsi mai nulla, non darsi degli obiettivi, altrimenti c’è il rischio di rimanere delusi. È meglio essere aperti a quello che l’Africa e la natura ci regaleranno in quei momenti.

 

VM: Poi di base con una buona reflex e con una buona compatta si possono portare a casa dei buoni risultati: Poi di fatto si può utilizzare di tutto, dal grandangolo al 300mm.

 

(pubblico): In questi venti anni di fotografie immagino che i cambiamenti siano stati grandi come da noi. I paesaggi sono rimasti gli stessi o sono cambiati?

VM: Devo dire che certi posti sono rimasti sempre uguali, altri invece sono cambiati, soprattutto nelle zone più popolate. Ma dove ci sono gli animali e nei parchi i paesaggi non sono poi cambiati di tanto. Magari ci sono più visitatori, ma a parte quello il resto è rimasto inalterato, equesta è una grossa fortuna.

© De Monte Morgante

© De Monte Morgante

(pubblico): ci sono grossi problemi di bracconaggio anche in Namibia?

 

VM: La Namibia da questo punto di vista è fortunata perché la popolazione non è numerosa ed i controlli sono molto buoni, come del resto in Botswana, però purtroppo negli ultimi 5 anni anche in Namibia c’è stato un certo aumento del bracconaggio. In precedenza direi ceh era invece tutto sotto controllo

 

JDM: …quasi inesistente, poi si è scatenato a macchia d’olio

 

VM: Per fortuna sembra che ultimamente le cose stiano migliorando di nuovo.

 

JDM: Le autorità coinvolgono anche noi guide nel contrasto al bracconaggio.

 

(una bambina del pubblico): è difficile venire in Africa?

 

VM: Quando ci siamo trasferiti in Namibia, abbiamo portato nostra figlia di 12 anni che non sapeva una parola di inglese, ma si è trovata benissimo ed è rimasta in Africa. Se riesci a trovare il posto giusto, l’Africa è assolutamente avvincente.

 

JDM: Tutti quegli animali sono belli da vedere per i bambini. La Namibia ed il Botswana stanno orientando la loro ospitalità sempre più verso le famiglie perché vedono che i bambini rispondono molto bene al richiamo dei luoghi. è assolutamente un viaggio fattibile anche per i bambini. Abbiamo avuto nei nostri viaggi bambini dai 5 anni in su. Ci sono alcune aree del Botswana in cui raccomandano un’età superiore ai 10 anni, perché è un’area dove bisogna avere qualche attenzione in più.

 

PV: Facciamo un piccolo passo indietro… mi riaggancio all’introduzione di Gastone Piasentin (presidente della pro loco di Manzano, ndr): la fotografia può avere un ruolo, può aiutare a fermare la guerra e le altre distruzioni?

 

VM: Questa è la nostra speranza! La fotografia può documentare quanto è bello quello che rischiamo di perdere e quindi penso proprio di sì.

 

JDM: L’educazione alla conoscenza è la soluzione a tutti i problemi, dal bracconaggio alla conservazione in tutti i sensi e di tutto il pianeta.

 

PV: Abbiamo visto nelle vostre immagini tanti luoghi, tanti paesaggi e tanti animali. Se una persona potesse andare in Africa una sola volta nella vita, che itinerario suggerireste?

 

JDM: è impossibile rispondere, è come chiedere cosa visitare in Italia… in Africa dove le distanze sono molto più grandi, non sarebbe possibile visitare i gorilla, le dune di Sossusvalley e le cascate Vittoria in una volta sola.

 

VM: Suggerirei comunque di visitare la Namibia per prima.

 

(pubblico): Con che veicoli vi muovete?

 

VM: In Namibia ci si muove anche con dei pulmini o con dei 4×4 con doppio serbatoio e doppia ruota di scorta. Però, a parte certe zone montane, in Namibia è possibile muoversi anche senza 4×4. In Botswana, invece, è assolutamente indispensabile il 4×4.

 

(pubblico): Come mai tra quelle che abbiamo visto non avete inserito le bellissime foto della popolazione degli Himba?

© De Monte Morgante

© De Monte Morgante

VM: Perché abbiamo scelto di mantenerci sulla natura, magari la prossima volta…

 

(pubblico): Guardando la copertina di libro, l’Africa mi sembra un cuore, lei come descriverebbe il suo mal d’Africa.

 

JDM: Il mio mal d’Africa è molto particolare e credo interessante. Durante i miei primi anni in Africa non “soffrivo” assolutamente il mal d’Africa. Anzi ho trovato talmente dura la vita dell’emigrante, con molti lati negativi e pochi positivi, che all’inizio il mal d’Africa non ce l’avevo proprio. Un giorno però ho rischiato di non poterci andare più ed è stato in quel momento che ho capito che l’Africa mi mancava. E questo è accaduto solo dopo una decina d’anni che vivevo in Africa.

 

(pubblico): I tour che proponete hanno base fissa o proponete degli spostamenti lungo degli itinerari.

VM: Molte volte ci si ferma in strutture o lodge, ma in un tour di 14 giorni si fanno anche 4000Km e in zone remote dove non ci sono strutture si allestiscono i campi tendati.

 

(pubblico): Chi fa da mangiare, in quelle situazioni?

 

VM: Mi! (risate, ndr) …è bellissimo fare il fuoco nel campo, e quando non sono recintati ci sono scimmie, sciacalli, iene, leoni, elefanti e bisogna tenere tutto il cibo fuori dalla tenda. Ho visto filmati di elefanti in Botswana che hanno distrutto una tenda alla ricerca di mele e arance.

 

(pubblico): Siete armati?

 

VM: No, assolutamente no, siamo armati solo del nostro animo.

 

JDM: Diciamo che quello che conta è la nostra l’esperienza: dopo tanti anni si riesce a percepire quali sono le distanze a cui tenersi dagli animali e si rimane a distanza di sicurezza per sé stessi e per gli animali.

 

PV: Quando tornate in Friuli portate solo le fotografie o anche le macchine fotografiche?

 

VM: Purtroppo solo le fotografie per questioni di spazio.

 

JDM: Quando torniamo in Africa sentiamo una grande mancanza del cibo friuliano e italiano, lo spazio di una macchina fotografia lo destiniamo ad un po’ di cibo, formaggio e salami.

 

PV: Quindi al campo si mangia il frico?

 

JDM: Può capitare che lo facciamo perfino con il ceddar (risate, ndr).

 

PV: Qualche progetto fotografico per il futuro?

 

VM: Di progetti ne abbiamo e vanno tutti avanti, ma nulla ancora di definito. Ci piacerebbe fare altre multivisioni ed una mostra con stampe di una certa dimensione.

 

JDM: Una fotografia in grande formato permette veramente di catapultarcisi dentro.

 

PV: Siamo purtroppo giunti a conclusione della serata…

 

JDM: Ringraziamo tutti voi singolarmente per essere stati presenti a questa serata e spero che siamo riusciti a regalarvi una parte di noi… (grandi applausi, ndr)

 

Il pubblico in sala

Il pubblico in sala

 

 

Terra d'Africa, Edizioni Marson

Terra d’Africa, Edizioni Marson

Alcune immagini di backstage dell'evento:
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Daniele Marson e Daniele Favret

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Paolone Vercesi alle prese con le domande dell’intervista

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Stefano Rossi e Marco Manzini

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Marco, Paolo, Danilo, Daniele e Ranieri

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Daniele, Marco e Stefano

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Daniele, Mauro, Luca, Federico e (seminascosto) Andrea

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Alvaro, Danilo, Ranieri, Ezio, Mary (seminascosta), Roberto, Paolo e Marco

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Jacqueline e Valentino firmano i libri

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Il Presidente della Proloco, Gastone Piasentin

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Il Vicesindaco di Manzano, Lucio Zamò

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Daniele Marson, concentratissimo

 

Lo scorso 21 Marzo, presso la sala riunioni del Palmanova Outlet Village, è stato protagonista del secondo Autofocus Alessandro “FotoCesco” Laporta, affermato fotografo naturalista (e non solo!!!).

Come ormai consuetidine, la visione delle immagini di Alessandro Laporta è stata scandita dall’intervista realizzata da Paolo Vercesi e dalle domande del Pubblico.

Ecco uno stralcio dell’intervista:

 

Paolo Vercesi: Buonasera Alessandro, benvenuto ad Autofocus #2, tutto a posto?

Alessandro Laporta: Sì, tutto bene.

P: Età:

A: Quaranta… (strizza l’occhiolino) …quattro

P: Professione?

A: Fotografo professionista.

 

© Giovanni Contessa

Alex intervistato da Paolo Vercesi, immagine © Giovanni Contessa

 

P: Alessandro Laporta, fotografo figlio d’arte, fotografo di professione, fotografo per passione. Quando lavori fotografi, nel tempo libero fotografi, quando dormi?

A: Penso a cosa fotografare l’indomani.

 

P: Come trovi il tempo per tutte queste attività fotografiche?

A: E’ tutta una questione di organizzazione.

 

P: Hai respirato fotografia fin da piccolo… raccontaci come e quando è scoccata la scintilla che ha trasformato in lavoro questa grande passione.

A: Ho cambiato diversi hobby, finito di lavorare fotografavo molte cose, ho incominciato negli anni 80 fotografando i rally, corse in salita, facendo nuove conoscenze ho cercato di evolvermi fotografando soggetti sempre più particolari…

 

P: Lavoro o passione?

A: Dopo le 19.30, quando chiudo il negozio, diventa tutto passione. Non mi pongo nessuno obiettivo e non cerco alcun ritorno, stacco la spina e cerco qualcosa di interessante da mostrare.

 

P: Per quello che ci mostri ti conosciamo come fotografo naturalista, ma stasera cerchiamo di sorprendere il pubblico facendo vedere alcuni dei tuoi lavori più inaspettati. Con cosa cominciamo?

A: Direi con qualcosa di molto diverso, che nessuno si aspetta di vedere, ma non l’ho visto neppure io. So cosa ho dato a Luigino ma non ho ancora visto il risultato.

 

Viene proiettata la multivisione “Grooving shoots”, scatti effettuati a concerti in più di un decennio.

 

P: Quanta energia in questa multivisione… quanti scatti hai dato a Luigino e quanti concerti hai fotografato?

A: Questa sera avete visto solo una piccola selezione di fotografie di concerti dal 2004 fino ai primi mesi di quest’anno.

 

P: Ci racconti qualcosa dell’esperienza di fotografo di palco?

A: Ho incominciato a fotografare tra il pubblico, dove ho conosciuto molte persone che con il passare degli anni mi sono diventate amiche, qualcuno è qui stasera, e lo saluto. E’ stata un’esperienza molto bella e divertente che mi ha permesso di girare parecchio.

 

P: C’è anche qualche amicizia artistica?

A: C’era un gruppo in particolare con cui ero molto legato, ma adesso i suoi componenti hanno preso strade diverse. Il chitarrista in particolare mi ha donato i brani che hanno accompagnato la multivisione.

 

Dal pubblico: Le foto sono state scattate dal palco?

A: Sono state scattate un po’ dappertutto, dal palco, dal pubblico, da dietro le quinte, in studio di registrazione, girando assieme alle band…

Il pubblico dell'evento

Il pubblico dell’evento – Immagine © Giovanni Contessa

 

P: Qualche aneddoto su questi numerosi viaggi e concerti?

A: Aneddoti no, però ogni volta è stata un’avventura, partire la sera alla chiusura del negozio e ritornare alle 4-5 della mattina successiva mattina per riaprire il negozio alle 8.30… Non mi sono mai tirato indietro per la stanchezza, sono sempre partito alla rock’n roll, via si parte!

 

P: Accanto a questa natura dinamica ci sono le associazioni al CFP e all’AFNI: il tuo cuore è rivolto verso la fotografia naturalistica, è così?

A: Sì è così e stasera abbiamo qui anche il rappresentante della sezione friulana dell’AFNI, Giacomo Menta, poi con la conoscenza di Luigino e con i primi amici del Circolo pian piano è nata la passione per la fotografia naturalistica.

 

P: Come si è evoluta questa passione?

A: Ho incominciato a fotografare animali all’isola della Cona, dove ho conosciuto altri fotografi. Oltre a questi, conoscevo già da prima altri appassionati, come Luciano Mattighello, che si è convertito da cacciatore a fotografo naturalista, e con lui è nata un’amicizia molto stretta. Conoscendo altri fotografi ho sempre cercato di progredire, sia nella qualità delle immagini che nella ricercatezza dei soggetti.

 

P: La foto naturalistica che ti ha dato più soddisfazioni?

A: Quella realizzata nel 2010, al Workshop con Luciano Gaudenzio, che è stata premiata al concorso di Asferico.

© Alessandro Laporta

© Alessandro Laporta

 

P: Quale, invece, deve ancora darti soddisfazioni?

A: Quelle che farò prossimamente.

 

P: Ci anticipi qualcosa?

A: Qualche foto di nuove specie, magari fotografate all’estero.

 

P: E se apriamo la tua borsa cosa troviamo dentro?

A: Di tutto… cerco di portami dietro tutto quello che serve, però c’è troppa roba. Anche stamattina, Marco “Lao” Zamò, che è uscito con me, mi ha dato una mano a portare qualcosa. Siccome non sai mai cosa puoi trovare porto via sempre tutto.

 

P: Quanti Kg?

A: Tra lo zaino, il 600mm, il capanno, etc. direi una ventina di Kg, cosa ne dici Marco?

Marco: Anche trenta…

 

P: E’ ora di vedere qualcosa di naturalistico e di molto goloso.

A: La maggior parte della sala credo stia aspettando questo.

 

P: E’ ora di “A casa di Yoghi”.

 

Viene proiettata la multivisione “A casa di Yoghi”, immagini del bosco e dei suoi abitanti.

 

© Alessandro Laporta

© Alessandro Laporta

 

P: Hai detto che ti piacerebbe girare di più all’estero, tutte queste foto dove sono state scattate?

A: Alcune sono state scattate in Germania (al Bayerischer Wald), altre sono state scattate in Slovenia, Austria e in Svizzera dove ho fotografato le nocciolaie in Engadina. La maggior parte però le ho scattate qui in Friuli.

 

P: Qualche racconto di questi viaggi?

A: Ce ne sono tanti di piccoli racconti… tante volte esci con un amico esperto, che suggerisce: “guarda che verranno da lì”… si posiziona di conseguenza il capanno e tutto il resto. Si attende il momento, al buio, in silenzio, quasi non si respira. Poi l’animale arriva dalla parte contraria, e siccome sei “capannato” non hai neppure la possibilità di girarti. Non resta che dire “E’ andata così, speriamo in meglio per la prossima volta”!

 

P: Quante volte va bene e quante volte va male?

A: L’importante è uscire! Ogni volta che va male ci metti sopra una croce. Più si esce e più si consumano le uscite “che possono andar male”, poi può sempre andar bene. Conta molto anche l’esperienza, ed a volte, anche se manca il soggetto principale, è sempre possibile trovare qualche altro spunto interessante.

 

P: Sia nelle foto di concerti, che in quelle di natura abbiamo notato una particolare attenzione per la composizione. Ci racconti qualcosa di più sul tuo modo di fotografare?

A: Mi interessano molto la composizione e la ricerca di sfondi particolari, il più possibile pittorici. Poi si porta a casa quello che si può, come nel caso degli orsi, quando c’era una nebbia talmente fitta che rendeva difficile anche il solo riconoscimento delle sagome all’interno del bosco.

 

P: Considerando le decine di migliaia di foto che scatti ogni anno, che rapporto hai con la postproduzione?

A: Dopo ogni uscita cerco di dare una prima scremata buttando via tutto quello che non è da tenere. Poi, siccome non ho molto tempo per le mie foto, queste spesso restano nell’HD fino a quando non mi servono per qualche motivo. L’importante è averle scattate e conservarle al sicuro.

 

Pubblico: Come ci si camuffa nella neve?

A: Le nocciolaie vengono vicino, non serve il capannno, basta una manciata di arachidi. Poi bisogna studiare lo sfondo ed il loro comportamento per cercare di portare a casa qualche scatto interessante.

© Alessandro Laporta

© Alessandro Laporta

 

Pubblico: Le foto degli orsi dove le hai fatte?

A: La maggior parte in Slovenia, la coppia in acqua delle ultime foto al Bayerischer Wald.

 

Pubblico: Usi tanto la regola dei terzi?

A: Sì, cerco sempre di usare una composizione non centrale, a meno che non sia obbligato.

© Giovanni Contessa

© Giovanni Contessa

Pubblico: Come fotografo sei molto bravo e spazi dai fiori agli animali, passando per il paesaggio, come riesci a mantenerti aggiornarto e competente su quello che fotografi?

A: Ho sempre molta curiosità verso le novità e cerco di conoscere prima i soggetti delle mie fotografie.

 

Pubblico: Dove hai fotografato i grifoni?

A: Sul monte Prat sopra Cornino, consiglio a tutti di andare a vederli perché è molto emozionante.

 

P: La natura di Alessando non si ferma ai fuori ed agli animali ma spazia anche sui paesaggi. Cosa in particolare?

A: questa volta mi sono concentrato sull’acqua, in movimento, ferma o addirittura ghiacciata.

 

Viene proiettata l’ultima multivisione “Waterflow”.

 

© Alessandro Laporta

© Alessandro Laporta

A: Forse non tutti sanno perché mi trovo qui questa sera… dovete sapere che mi trovo qui perché sono stato “nominato” da Marco “Lao” Zamò. Al momento della nomima, però, non avevo ancora alcun lavoro pronto, avevo delle idee ma non sapevo come concretizzarle: Ho incominciato quindi a selezionare immagini, fermandomi ad oltre 1100 foto in totale per le 3 multivisioni che avete visto e che anch’io stasera ho visto per la prima volta.

 

Marco “Lao” Zamò: Stamattina ti ho visto armeggiare con il 600mm senza alcuna difficoltà, alzi, punti e scatti… ma quando lo faccio io il soggetto non è mai inquadrato.

A: fortunatamente per i gli animali non sono un cacciatore… è tutta questione di esperienza e comunque con 1200mm (600 duplicato) comincio anch’io a cercare il soggetto, ma sono casi particolari.

 

P: Un suggerimento per chi aspira a diventare fotografo naturalista?

A: Nelle immagini cercate di trasmettere il vostro cuore, non andate a cercare la tecnica o a copiare gli altri. Cercate voi stessi, realizzando l’immagine che volete scattare. Non abbiate fretta di progredire, e non cercate “scorciatoie” con attrezzature costose.

 

P: Dove vai domani?

A: A lavorare (se riesco a ritornare a casa, perché mi si è accesa una spia sospetta nel cruscotto)

© Giovanni Contessa

© Giovanni Contessa

P: E dopo domani?

A: Devo consultare il meteo.

 

P: Un posto da consigliare?

A: L’isola della Cona se vi piace quel genere di fotografia. Oppure, se volete andare all’estero, andate al Bayerischer Wald.

 

Pubblico: Nelle foto di paesaggio ho visto dei posti che immagino sia lontani da raggiungere, resta un po’ di tempo per viverli oppure tutto il tempo è dedicato alla fotografia?

A: I paesaggi si vivono soprattutto in prima persona, al momento del sopralluogo, quando studio il luogo ed il percorso. Quando si parte per fotografare l’alba bisogna arrivare almeno 30-45 minuti prima e anche se qualche volta poi non si riesce a fare grandi foto, attendere l’alba in in certi luoghi regala sempre delle grandi emozioni.

 

Pubblico: Considerazione da moglie di appassionato… si vede che le tue fotografie sono fatte col cuore e siccome la fotografia è anche trasmissione di emozioni, devo dire che queste foto mi hanno veramente emozionata.

 

P: Gli appuntamenti di autofocus non finiscono qua, ed è arrivato il momento di svelare chi sarà il prossimo socio da mettere a fuoco che verrà a raccontarsi qui a giugno.

A: E’ una persona che non ha un grandissimo rapporto con la post-produzione – e lo vedo che si sta già disperando – ma è molto bravo a trasmettere emozioni con le fotogfrafie. Nomino Giacomo Luigi Menta, carissimo amico e compagno di merende, che a giugno ci mostrerà le foto dei suoi viaggi.

 

 

Si ringrazia

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per l’ospitalità

Steve McCurry ha ricevuto il 27 febbraio 2016 a Spilimbergo, alla presenza del Sindaco, del Presidente del Consiglio Regionale, del Vicepresidente della Fondazione CRUP, della Presidentessa del CRAF e della curatrice italiana delle sue mostre, Biba Giacchetti, il XXI International Award of Photography, assegnato in precedenza dal CRAF, Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, a Frank Horvath, Peter Galassi, Henri Cartier-Bresson, Josef Koudelka, Alain Sayag, Uwe Ommer ed altri illustri fotografi.

Steve McCurry a Spilimbergo

Steve McCurry a Spilimbergo

La motivazione del prestigioso premio è stata la seguente: “Per il suo lavoro imperniato sulla conoscenza delle conseguenze nefaste della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio, ma piuttosto come essa segni il volto umano”.
Foltissimo il pubblico presente, circa 600 persone, che ha tributato lunghissimi applausi al grande fotografo.

 

Tra il pubblico, gli studenti delle scuole d’arte della Regione, che hanno intervistato McCurry, rivolgendogli numerose e interessanti domande:

 

Studente: Cos’è per lei la fotografia e quali sono i punti di forza del linguaggio del suo lavoro?

Steve McCurry: La fotografia per me è una passione. Una delle mie grandi passioni è sempre stata viaggiare: ho cominciato a viaggiare quando avevo 19 anni ed ho visitato molte parti del mondo. Poi, quando sono diventato fotografo, mi sono reso conto che la fotografia dava uno scopo al viaggio. Per me fotografare significa esplorare il mondo e viaggiare mi dà la possibilità di vedere da vicino persone e paesaggi. Per me la fotografia è davvero esplorare il mondo. Un’altra dimensione importante della fotografia è però quella di raccontare storie. Io faccio il fotoreporter e quindi, grazie alla stampa ed agli altri media sono in grado di fare vedere alle persone quello che accade nel resto del mondo: Sono i media che ci informano di quello che avviene ed essere parte di questa comunità per me è un onore.

 

Studente: quando lo ha trovato e da cosa è identificato il suo stile?

Steve McCurry: Come descrivere il mio stile? Io cerco di raccontare delle storie, cerco di vivere il mondo. A me piace molto guardare le strade, cogliere il mondo. In fondo mi avvalgo di un medium visivo con il quale guardo alla superficie delle cose. L’Italia è un luogo perfetto per questo, grazie alla sua architettura, alla sua arte, al suo paesaggio. Per me la fotografia è uno sfogo creativo, un modo per interpretare il mondo.

Biba Giacchetti: Vorrei dire qualcosa anch’io. Spesso i ragazzi cercano delle “ricette”: Steve ha uno stile, ma è assolutamente inconsapevole dello stile che ha. Quando gli faccio rilevare delle cose o scrivono dei saggi critici su di lui, lui dice che non era una sua intenzione quella di raccontare quella cosa in quel modo. Mentre ci sono altri fotografi, anche famosi, che cercano di applicare uno stile, di dare una forma al loro lavoro, per Steve è un flusso diretto, non è una cosa che lui cerca di mettere in scena, è proprio che lui come vede la realtà la fotografa, e magari noi eravano lì con lui mentre fotografava e noi vediamo delle cose e poi dopo nelle sue fotografie ne troviamo delle altre… Questa è una cosa che non si può clonare. Purtroppo!

Steve McCurry e Biba GiacchettiI

Steve McCurry e Biba GiacchettiI


Studente: Da un punto di vista mediatico, che importanza ha avuto la ragazza Afgana e cosa rappresenta adesso per lei?

Steve McCurry: Quella foto è una foto della quale si parla tutti i giorni, quindi è una foto speciale con la quale io convivo. Guardo la sua espressione, lo sappiamo tutti: era una profuga, era orfana, aveva una vita difficile. Prima viveva in una bella casa in un bellissimo luogo, poi più nulla. A causa della guerra ha dovuto spostarsi in una tenda. La sua espressione secondo me contiene sfida, contiene forza, contiene perseveranza, contiene dignità. Anche se è povera, vediamo che negli occhi ha fiducia, nonostante il dolore che sta provando. Quindi intravedo dell’ottimismo nel suo sguardo, uno sguardo che guarda dritto avanti a sé. Almeno questo è il mio pensiero e comunque è un’espressione che mi conforta molto.

 

Studente: E’ mai stato censurato nel suo ruolo di fotografo?

Steve McCurry: Assolutamente no! Quando scatto, mi sento completamente libero, mi esprimo senza alcun indugio, né esitazione.

 

Studente: Esiste un progetto che non ha ancora potuto realizzare e che vorrebbe fare in futuro?

Steve McCurry: Sto lavorando ad un progetto, un libro sull’Afghanistan. Ci sto lavorando da trent’anni e raccoglierà tutto il mio lavoro. C’è poi un altro progetto che mi impegnerà per i prossimi 3 o 4 anni ed è qualcosa di assolutamente, completamente personale.

 

Studente: Ci sono stati altri fotografi importanti come suo riferimento culturale delle sue fotografie?

Steve McCurry: Per me il più importante fotografo è stato Henri Cartier-Bresson: lo apprezzo moltissimo per la sua umanità, il suo senso artistico, la sua capacità di esprimersi in maniera grandiosa, per il suo modo di fare fotografia. Inoltre anche lui era un grande viaggiatore, è stato in Italia, Francia, India, Cina, USA, eccetera negli anni ’30, ’40 e ’50, ha viaggiato per decenni. Ovviamente ce ne sono anche altri che sono stati importanti punti di riferimento per me, come Capa, Erwitt e altri, ma Cartier-Bresson è decisamente stato il più importante per me.

Studente: Come ha vissuto il passaggio dall’analogico al digitale? Come si è adattato a tale cambiamento? Crede che questo abbia modificato il suo modo di comunicare tramite la fotografia?

Steve McCurry: Credo che sarei stato un fotografo molto migliore se avessi avuto il digitale già 30 anni fa. Per quasi 25 anni ho usato la pellicola Kodachrome, e serviva davvero un sacco di luce per fotografare. La fotografia digitale invece ci consente di fotografare con pochissima luce. Per esempio anche in questo teatro potremmo scattare delle buonissime foto. Prima con l’analogico questo non era possibile. Una cosa bella della fotografia digitale è che si può vedere immediatamente quello che si è scattato, apprezzando il fuoco, la luce, la composizione. Con l’analogico questo non era possibile: si faceva una lunga serie di scatti per poi rendersi conto solo a posteriori che il risultato era stato tremendo perché c’era pochissima luce. Ora con il digitale gli errori si correggono subito e non ce se ne accorge dopo, quando sarebbe troppo tardi.

 

Studente: Cerca qualcosa in particolare nei soggetti che ritrae, ad esempio nel volto, nello sguardo, anche nell’abbigliamento, o piuttosto segue semplicemente il suo istinto?

Steve McCurry: Le persone sono diverse per diversi motivi. A volte mi attrae un volto, un abito. La gente di solito vuole apparire al suo meglio, ma ognuno lo fa in modo diverso. Nelle diverse culture questo tentativo di apparire al meglio: c’è chi lo fa con un abito, chi con un’acconciatura o un gioiello e gli effetti che si ottengono sono sempre diversi e questo dobbiamo rispettarlo. Per esempio, ci stupiamo se osserviamo come si adornano i capelli in Africa o in India o i gioielli che usano, ma anche loro si stupiscono guardando noi. Quindi dobbiamo goderci queste differenze. Il fotografo in fondo cosa fa? Osserva gli esseri umani, che sono uguali nella loro essenza, ma sono tutti diversi. Questo per me è una cosa molto importante per me come fotografo e anche semplicemente come uomo.

 

Studente: Ci sono mai stati dei momenti nei quali si è sentito a disagio nel fotografare la sofferenza degli altri e come è riuscito a superare questi momenti di difficoltà?

Steve McCurry: Credo che sia importante, davanti a domande come queste, dire che quello che importa è l’intenzione, è lo scopo. Il giornalista, il fotografo, il cineoperatore, devono raccontare delle storie, in fondo le persone si informano su quello che avviene nel mondo attraverso la televisione e gli altri media. È grazie a questo che apprendiamo che esistono i rifugiati dalla Siria, dall’Afghanistan, che c’è l’Iraq, che c’è la povertà, che ci sono le malattie… queste cose le sappiamo dai media. Quando si fotografa la sofferenza ed il dolore, lo scopo è quello di informare, al fine di forse di migliorare il mondo, se qualcuno si sentirà spinto a fare qualcosa per ovviare a queste situazioni. Quindi sono storie da raccontare, che abbiamo l’obbligo, il dovere di raccontare attraverso le foto, attraverso la stampa, attraverso i media. In realtà io non provo imbarazzo, perché sento che questo è il mio dovere.

 

Steve McCurry a Spilimbergo

Steve McCurry a Spilimbergo

Studente: Quali sono le storie che più le piace raccontare attraverso la fotografia? Si definisce un artista?

Steve McCurry: Mi chiedi se mi ritengo un artista… Mi ritengo un fotografo, mi riesce difficile dare delle etichette. L’arte è una cosa diversa: significa esprimere sé stessi ed interpretare il mondo a proprio modo. Torno a parlare di Henri Cartier-Bresson: è stato un grande fotodocumentarista, però allo stesso tempo un artista, ha raccontato storie veramente di grande umanità in una maniera splendida. Lui sì, era un artista, con la sua grande profondità. E questo è qualcosa che esula dal semplice trasferimento di informazioni attraverso le immagini. Lui ha raccontato storie universali. Dire che qualcuno è un artista è forse dare delle etichette, però, nonostante questo, ritengo che le sue foto siano state estremamente importanti: le guardiamo e ancora oggi ci suscitano delle profonde emozioni. Questo è il retaggio che lasciano le grandi opere: anche dopo 60 anni rimaniamo ancora colpiti dal suo lavoro. Quindi io prescinderei dalle denominazioni e dalle etichette. Per quanto riguarda le storie che mi piace raccontare, in realtà per trovare una storia, per avere qualcosa da raccontare, non occorre viaggiare il mondo, basta uscire da quella porta e guardare fuori, perché le storie importanti e degne di essere raccontate sono ovunque.

 

Studente: Il fotografo si deve adattare ai gusti del pubblico e del mercato o deve mantenere come priorità il cercare qualcosa che emozioni prima di tutto lui stesso?

Steve McCurry: Credo che un giornalista, nel mio caso un fotoreporter, abbia il dovere di essere onesto, di descrivere quello che vede in maniera sincera, senza falsare nulla, soprattutto agire eticamente, perché ha una responsabilità nei confronti del proprio pubblico. Se invece una persona va in giro alla ricerca di uno scatto per piacere personale, allora la responsabilità la si ha solo nei confronti di sé stessi.

 

Studente: Quando aveva vent’anni, quindi circa l’età degli studenti qui presenti, aveva già deciso cosa fare della sua vita oppure era ancora indeciso e magari anche spaventato?

Steve McCurry: Si, ero un po’ preoccupato. E non ero sicuro di quello che volevo fare. Però mi ritengo una persona fortunata. All’inizio per circa un anno ho studiato cinema, poi sono passato alla fotografia, trovando la mia vera passione. È il mio un lavoro che faccio con passione, ho sempre amato alzarmi la mattina e andare a lavorare, e questo mi dà molta energia, mi dà molta forza. La gente mi chiede “ma come fai a girare così il mondo, dove trovi tutta questa energia?”. E l’energia la traggo proprio dal mio lavoro , dallo girare il mondo. È il modo migliore di lavorare.

 

Studente: Ha detto che la sua vita è cambiata dopo la sua prima esperienza in Afghanistan, ma in che modo è cambiata? Che cosa ha compreso e capito a contatto con una realtà di persone così differenti dalla nostra?

Steve McCurry: La prima volta che sono stato in Afghanistan è stata anche la prima volta che mi sono recato in un’aera di guerra. Ho visto villaggi distrutti, ho visto gente massacrata, cose che non avevo mai visto in precedenza, e da giovane fotografo ho capito che il mondo doveva conoscere quelle situazioni. È stato quindi una specie di spartiacque nella mia vita. Noi viviamo in città in cui c’è l’acqua, c’è l’elettricità… io vivevo alla periferia di una città e quindi godevo di tutte queste cose, invece in Afghanistan no, non c’era acqua, non c’era energia elettrica, non c’erano medici, non c’erano trasporti, non c’erano nemmeno biciclette. E per me tutto questo è stato molto importante, ho imparato molto da quella esperienza, è stato come guardare indietro nel tempo, tornare indietro di 500 anni, un’epoca nella quale non esistevano automobili, radio, televisione, né acqua ed elettricità. È stato per me un modo per guardare dentro uno scorcio di “passato” che ho trovato veramente affascinante. Lì il cibo nemmeno veniva cotto, veniva semplicemente raccolto nei campi. È stata davvero un’esperienza istruttiva e importante per me.

 

Gli autografi

Gli autografi

Studente: In che modo riesce ad avvicinarsi ed a relazionarsi con i suoi soggetti?

Steve McCurry: Questa è una domanda che mi fanno spessissimo. In realtà non so come rispondere con esattezza. Scelgo i miei soggetti tra le persone che mi ispirano. Se vedo qualcuno che mi ispira una fotografia, la faccio, ma innanzitutto chiedo se posso fotografare quella persona, perché una cosa importante è il rispetto. Un’altra cosa molto importante è il senso dello humor, perché quando le persone si accorgono di essere fotografate si sentono imbarazzate. Per me è invece importante che la gente sia rilassata, che si senta a proprio agio. Quindi è come cercare di distogliere l’attenzione da qualcosa, fare in modo che le persone non si sentano imbarazzate. Io fotografo la gente comune, la gente di strada e mediante il mio interprete chiedo alle persone se accettano di essere fotografate e cerco di creare il clima giusto, in modo che   lo scatto sia qualcosa di piacevole anche per loro. E poi si procede per tentativi ed errori. Comunque, dovendo usare delle parole chiave, io direi: humor, rispetto e far stare la gente a proprio agio.

Studente: Qual è, se ce n’è uno, il minimo comune denominatore che accomuna tutti i luoghi e le persone che ha fotografato?

Steve McCurry: Di solito sono le cose alle quali reagisco visivamente, non ha importanza se sono in Italia, in India o a New York. Di solito sono le cose più strane. Difficile parlare di un minimo comune denominatore, a volte si tratta di cose che attirano l’occhio in modo del tutto casuale: può essere una crepa nel pavimento o un cane che gioca… sono le cose che toccano la giusta corda, piccoli dettagli, cose bizzarre o imprevedibili, che catturano lo sguardo… Ma fondamentalmente non si può parlare di un minimo comune denominatore, sono cose casuali, che catturano l’occhio in modo del tutto casuale.

 

Studente: Ci sono state, fotograficamente parlando, delle esperienze negative che ha vissuto e che non vorrebbe mai più rivivere? Quali e perché?

Steve McCurry: Ho dovuto pensarci un attimo. Forse le situazioni peggiori sono quando le persone si rifiutano di farsi fotografare o magari si arrabbiano perché non si erano accorte che stavo fotografando. Forse la peggiore esperienza l’ho vissuta in India quando ero in acqua e stavo facendo delle foto e c’erano degli ubriachi che si sono scagliati contro di me, hanno distrutto la mia macchina fotografica e mi hanno quasi affogato, perché mi hanno messo più e più volte la testa sotto acqua e quella volta ho pensato di morire. Ho davvero temuto molto per la mia vita fino a quando non sono intervenute altre persone che mi hanno salvato.
Comunque le esperienze più negative sono quando la gente non vuole essere fotografata ed arriva al punto di strapparmi via la macchina fotografica o prendermi il rullino.

 

L'autografo sui libri

L’autografo sui libri

Nel pomeriggio, alla presenza dell’autore, è stata inaugurata a Pordenone la nuova mostra di Steve McCurry presso la Galleria Harry Bertoia. Si tratta di una retrospettiva che ripercorre, attraverso circa 100 scatti, ben 40 anni di fotografia “Senza confini”. La mostra resterà aperta fino al 12 giugno.

 

Il prossimo 12 Marzo saremo ospiti della 15^ edizione dell’evento organizzato da Roberto Bartoloni.
La serata si svolgerà dalle 21:00 presso l’auditorium Leonardo Da Vinci in San Donà di Piave, Piazza Indipendenza 13.

Locandina Diaponatura San Donà

Locandina Diaponatura San Donà

 

Il CFP presenterà alcune multivisioni, rinnovate o totalmente inedite:
FVG
Friuli Venezia Giulia Landscapes:
un volo di immagini dalle montagne alla laguna della nostra splendida regione: lavoro collettivo di 25 autori del CFP, (durata 15’16”)
Skye
Skies of Skye:
I cieli, i monti, i mari, ma soprattutto i cieli della bellissima isola Scozzese: di Marco Manzini, Stefano Rossi, Paolo Vercesi, Fabio Germani, Luigino Snidero, (durata 12’01”)Wyoming
Wyoming Express:
Grand Teton e Yellowstone dall’obiettivo di un turista: di Paolo Vercesi (durata 6’10”)
Plitvice
Rainy Days:
L’autunno sotto la pioggia a Plitvice: di Matteo Cefarin, Alessio Valentino, Marco Manzini, Stefano Rossi, Daniele Favret, Luigino Snidero (durata 6’07”).

 Iceland
Inspired by Iceland:
L’isola di ghiaccio raccontata dalle immagini di Marco Manzini, Stefano Rossi, Yan Bertoni, Paolo Vercesi e Daniele Favret (durata 7′)

Il 20 Febbraio 2016, il CFP ha presentato in Abbazia di Rosazzo e con la collaborazione di Proloco Manzano, lo splendido libro “Carnia scrigno di emozioni” con immagini di Gabriele Bano e Paolo da Pozzo, prefazione di Dante Spinotti e multivisione di presentazione di Diana Crestan, Daniele Marson Editore.

Paolo da Pozzo e Gabriele Bano © Bano e Da Pozzo "Carnia scrigno di emozioni"

Paolo da Pozzo e Gabriele Bano © Bano e Da Pozzo “Carnia scrigno di emozioni”

“Carnia scrigno di emozioni” è uno splendido e raffinato volume fotografico indirizzato alla conoscenza del territorio carnico ed a chi ama la buona fotografia in genere, con immagini che rappresentano benissimo “un ambiente unico che nelle sue vallate racchiude una natura ancora integra dove ambienti caratterizzati da torrenti, prati, boschi e vette si susseguono, suscitando a chi in punta di piedi ha la sensibilità di saper vedere e ascoltare, emozioni che rimangono nel cuore. Le stagioni ed i colori, sapientemente ritratti dai fotografi che nella Carnia hanno la loro terra nativa, si alternano nelle valli esaltando questo scrigno di bellezze naturali”.

Il pubblico in sala

Il pubblico in sala

 

Il nostro Paolo Vercesi ha intervistato i due bravissimi fotografi:

Paolo Da Pozzo e Gabriele Bano alla presentazione di "Carnia scrigno di emozioni"

Paolo Da Pozzo e Gabriele Bano alla presentazione di “Carnia scrigno di emozioni”

 

Paolo Vercesi: Com’è nata la vostra passione per la fotografia?

Gabriele Bano: La mia passione per la fotografia naturalistica nasce dalla passione per la natura. Nasco come naturalista autodidatta. Prima, come tutti noi in Carnia, con il nonno cacciatore in giro per i boschi, con la nonna a fare fieno sui prati. Già all’epoca andavo alla ricerca della farfalla, del bruco, specialmente degli uccelli. Poi piano piano è nata la voglia di documentare quello che vedevo, di studiare quello che vedevo: da lì è nata la mia passione per la fotografia. Successivamente sono entrato a far parte dell’AFNI, Associazione Fotografi Naturalisti Italiani, all’epoca capitanata da Daniele Marson (e oggi siamo nuovamente insieme qui 20 anni dopo a presentare questo progetto). Poi è arrivata l’amicizia con Paolo con il quale, pur essendo del mio stesso paese, ci siamo conosciuti solo molto tempo più avanti.

Paolo Da Pozzo: Per quanto mi riguarda la mia esperienza è molto simile. Fin da piccolo andavo con mio padre a caccia, e la Carnia è ricca di cacciatori, fin da piccolo ho scoperto il fascino della natura, quello di alzarsi molto presto al mattino, di vedere le prime luci, le albe, le nebbioline. Andando a caccia con mio papà ho potuto apprezzare tutte queste cose. Portavo con me la mia macchina fotografica, che era poco più che un giocattolo all’epoca. Ho coltivato a lungo questa passione, concentrandomi sulla fotografia naturalistica, di animali e di paesaggio, poi sono entrato a far parte dell’AFNI, dove ho conosciuto tante persone che condividevano la mia stessa passione e già 5 anni fa con Gabriele e con Luciano Gaudenzio abbiamo pubblicato un libro sul nostro territorio, sulla Carnia. Infine abbiamo avuto la fortuna di trovare un editore che ha creduto in un nuovo progetto sulla Carnia e dopo 4 anni a raccogliere immagini abbiamo finalmente partorito questo nuovo libro.

© Bano e Da Pozzo (Carnia scrigno di emozioni)

© Bano e Da Pozzo (Carnia scrigno di emozioni)

 

Paolo V: Nonostante siate bravissimi, non siete fotografi a tempo pieno: nella vita cosa fate?

Paolo DP: Io ho un’attività commerciale a Tolmezzo, alla sua terza generazione, e quella è la mia attività prevalente. Poi chiaramente la fotografia è qualcosa che va al di là della passione perché ti impegna tutto il tempo libero.

Gabriele B: Io sono un libero professionista, faccio l’avvocato a Tolmezzo. Anche per me la fotografia è solo una passione. Io mi definisco un fotoamatore evoluto, vendo i miei libri ai miei amici e quindi… (ride)

Paolo V: I fotografi spesso sono considerati “animali solitari”, mentre voi collaborate già da alcuni anni e avete già realizzato assieme un altro libro: come nasce e come si mantiene un simile sodalizio?

Gabriele B: Nasce tutto dalla passione. È vero che il fotografo naturalista tende ad essere più solitario perché per certi tipi di fotografia è opportuno essere in un numero dispari inferiore a 3, per non recare disturbo, perché quando sei insieme ad altri comunque chiacchieri ed aumenti la possibilità di spaventare gli animali, però io preferisco uscire in compagnia. Con Paolo usciamo assieme da una decina di anni e ci unisce la passione, l’amore per la fotografia e la natura. È un’amicizia che è sopravvissuta alla realizzazione del primo libro, che ha comportato anche degli effetti economici, e nonostante questo l’amicizia è rimasta inalterata, anzi è aumentata e ci ha portati verso un ulteriore progetto. Credo sia questo il leitmotiv della nostra amicizia: la passione vera e l’amicizia vera, profonda.

Paolo DP: Condivido. Il bello di condividere un progetto è quello che ci si confronta continuamente, si fanno uscite insieme, si porta avanti tutta la progettualità del prima e del dopo del libro… Non nascondo che anche fare delle uscite in solitaria ti dà una gratificazione personale importante, perché hai modo di fare dell’introspezione mentre cammini da solo, mentre raggiungi un certo obiettivo, una certa meta. Quindi c’è un aspetto positivo per entrambe le situazioni.

Gabriele B: Non dimentichiamo però che anche che quando andiamo da soli c’è sempre la condivisione immediata di quello che abbiamo portato a casa.

Paolo DP: Infatti noi abbiamo un nostro modo per comunicare. Per esempio quando portiamo a casa la fotografia di un animale particolarmente elusivo, ci scriviamo “in saccoccia abbiamo la foto del forcello piuttosto che del cedrone”… è proprio un modo per dire che abbiamo conquistato insieme un certo risultato.

© Bano e Da Pozzo Le ultime luci calano sul Monte Bivera Sauris Carnia

© Bano e Da Pozzo Le ultime luci calano sul Monte Bivera Sauris Carnia

 

Paolo V: In questo libro quante foto avete fatto assieme?

Gabriele B: Forse tutte… Non lo so, dovremmo sfogliare il libro. Diciamo che sono state pensate tutte insieme. Proprio quello che diceva prima Paolo: il bello sta anche nella progettualità: trovarsi, cartina Tabacco alla mano, vedere quello che ci mancava a livello paesaggistico, studiare chi ci andava e quando andarci. Lo stesso per quanto riguarda fiori, piante, animali. La progettualità delle foto è stata sempre pensata da entrambi. Alla fine ci eravamo ripromessi, anche con Daniele, di utilizzare 100/110 foto per il libro, cercando di bilanciare con una cinquantina a testa, 10 su, 10 giù, non avrebbe avuto importanza. Alla fine invece, senza volerlo, eravamo esattamente al 50% a testa.

Paolo V: “Carnia scrigno di emozioni” sta avendo un grande successo. Avete venduto oltre 1500 copie: questo cosa significa per voi?

Paolo DP: Significa una soddisfazione personale, indubbiamente, ma anche la consapevolezza che riusciamo probabilmente a far prendere coscienza della bellezza di un territorio che ci è così vicino. Per noi la più grande soddisfazione quando facciamo queste serate, e magari le facciamo proprio in Carnia, è che dei conterranei ci dicano “non credevamo di avere cose così belle sulla porta di casa”. Questa è la cosa che ci gratifica di più.

Paolo V: La prossima sfida da fare assieme?

Gabriele B: Carnia 3.0 (ride)

Paolo V: Il posto più bello che avete visitato in Carnia?

Gabriele B: Questa domanda avrei dovuto leggerla prima, così mi preparavo… (ride)

Paolo DP: Per quanto mi riguarda, la discesa della forra del Lumiei, che è stata un’esperienza particolare, piuttosto avventurosa: ho dovuto farmi accompagnare da una guida, con calate con le corde, con la muta da subacqueo, tutta l’attrezzatura dentro a barilotti a tenuta d’acqua… è stata una cosa piuttosto impegnativa, ma ne valeva la pena, perché è un ambiente estremamente severo, ma anche estremamente particolare, che nessuno immagina possa trovarsi nella nostra terra.

Gabriele B: Per quanto mi riguarda, è difficile dire quale sia il posto più bello. Tutta la zona di Sauris, tutta la zona di Paularo, probabilmente. Per completare il discorso di Paolo da un punto di vista non solo paesaggistico, quelle che mi hanno dato più gioia sono state la foto del gallo forcello: un target che va molto seguito anche dal punto di vista della preparazione naturalistica: studiare la specie, l’etologia della specie, cercarlo e cercare di farlo in ambienti particolari. Vedrete poi delle foto con la neve, altre senza… tutto questo è stato per me molto gratificante.

© Bano e Da Pozzo "Carnia scrigno di emozioni"

© Bano e Da Pozzo “Carnia scrigno di emozioni”

 

Paolo V: La sala stasera è piena di fotografi: avete un posto da consigliare?

Gabriele B: I punti più facilmente raggiungibili e che possono dare quasi immediatamente dei risultati, pur non conoscendo i luoghi, sono forse tutto l’anello delle malghe di Sauris e la Val Pesarina. Sono i luoghi più facilmente raggiungibili e che possono dare più facilmente soddisfazioni anche se non conosci quel territorio.

Paolo DP: Condivido e aggiungo che sicuramente una delle esperienza più belle per un fotografo paesaggista è quella di andare ai primi di luglio, magari partendo da Lateis, che è una piccola frazione sopra Sauris, fare la via delle malghe, la panoramica alta e lì si trova ad un certo punto una malga che si chiama Pieltinis, che a luglio diventa letteralmente tutta rossa di rododendri: a livello di arco alpino una situazione del genere non si vede facilmente, non si riesce proprio a camminare se non calpestando i rododendri. È proprio uno spettacolo.

Paolo V: Per questa serata avete deciso di presentarvi anche utilizzando la multivisione per voi preparata da Diana Crestan: cosa ne pensate di questa forma di espressione della fotografia?

Gabriele B: è un’espressione d’arte. Noi questa sera proporremo anche 4 o 5 slideshow, cioè immagini musicate e poi passeremo la parola alla professionista e forse ci spiegherà lei la differenza tra un semplice audiovisivo e una multivisione in cui oltre alla fotografia ed alla musica si aggiunge anche qualcos’altro.

Paolo DP: Prima che Diana realizzasse la sua multivisione, con Gabriele ci siamo confrontati, cercando di capire cosa a noi piacesse di più in termini legati forse ad una fotografia più tradizionale, la classica proiezione in dissolvenza. Quindi musica ed immagini “pulite”, senza effetti speciali, dissolvenze strane, sovrapposizioni… Questo è quello che noi preferivamo. Poi io so che la multivisione è molto di più…

Paolo V: In assoluto, qual è la foto che vi ha dato più soddisfazioni?

Gabriele B: La foto che mi ha dato più soddisfazioni è stata quella premiata ad un concorso internazionale in Germania nel 2007. Era ancora una foto su pellicola 6×4,5 Velvia, una foto del torrente Arzino in autunno. Sono innamorato del Torrente Arzino in tutte le stagioni, ma particolarmente in autunno, e tutti i fotografi che sono qui sicuramente lo conoscono, però il fatto di essere premiato ad un prestigioso concorso internazionale per la prima volta con la foto del “tuo cuore” è stata veramente una soddisfazione enorme, tanto che Paolo mi ha accompagnato alla premiazione, sobbarcandosi un migliaio di chilometri buoni… Però ne valeva assolutamente la pena: portare il tuo territorio al di fuori dei tuoi confini non ha prezzo!

Paolo DP: Per quanto mi riguarda, è difficile dire qual è la tua foto che ti emoziona di più… Forse quella che dopo vedrete e che apre la proiezione dei galli forcelli, che rappresenta un gallo che canta sotto una grande nevicata. È quello che ci sta prima che crea il ricordo, che crea un’emozione… eravamo saliti il giorno prima a mettere i nostri capanni con una situazione primaverile, quindi assolutamente tranquillissima, con i crochi sui prati. Siamo poi scesi la sera a dormire al rifugio e quando ci siamo svegliati abbiamo sentito quello che io chiamo il “rumore del silenzio” tipico di mentre sta nevicando. Avevamo i nostri capannini in quota e ci siamo chiesti “cosa facciamo?” perché non sapevamo se trovavamo i galli o meno. Siamo comunque saliti, i capannini erano diventati dei piccoli igloo perché erano completamente sommersi dalla neve. Ci siamo entrati e con nostra grande sorpresa si è verificata questa bellissima situazione dei galli che, mentre nevicava, sono apparsi comunque e sono riuscito a realizzare questa foto con il groppone del gallo tutto imperlato di neve ghiacciata mentre sta nevicando. Questo è uno dei ricordi più belli, delle emozioni più belle che ho.

© Bano e Da Pozzo (Carnia scrigno di emozioni)

© Bano e Da Pozzo (Carnia scrigno di emozioni)

 

Paolo V: Un fotografo che vi ispira?

Gabriele B: Dico prima io così Paolo non me lo ruba… rispondo in 2 step. All’epoca della pellicola, 15 anni fa, sicuramente Hannu Hautala, attualmente ce n’è tanti, ma forse quello in cui mi rispecchio di più è il fotografo francese Vincent Munier: un fotografo molto di atmosfera, animali ambientati, montagna, Nord, neve. Mi ci vedo molto. Molto lontano, eh? (ride)

Paolo DP: Per quanto mi riguarda, non so se lo conoscete, Bruno D’amicis, perché è un grande fotografo, ma soprattutto perché è una persona che ha una passione enorme per la natura. Quando lui porta avanti un progetto, lo porta avanti in un modo totale, con una dedizione completa. Lui è stato capace di vivere 3 mesi a fianco dei lupi in totale solitudine per riuscire a fare delle foto che magari non tutte sono fantastiche da un punto di vista prettamente fotografico, ma che danno veramente il senso di come è riuscito ad integrarsi con la natura ed a creare una simbiosi unica.

Paolo V: Che cosa non lasciate mai a casa?

Gabriele B: La macchina fotografica (ride)

Paolo DP: Il cavalletto, tra tutti gli accessori, se si può definire accessorio, è fondamentale perché permette una fotografia molto più riflessiva, molto più posata anche nell’epoca del digitale: Oggi hai la tentazione di scattare tanto e più di quel che serve. Il cavalletto ti permette di curare molto la composizione, l’inquadratura, di curare lo scatto in maniera più riflessiva

Paolo V: Paolo, Gabriele, grazie. Non resta che scoprire cosa c’è dentro lo scrigno!

 

Canon

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L’evoluzione della fotografia.

Elisa Targher ed Alberto Czajkowski, del Pro Imaging Group di Canon Italia, ci porteranno la loro diretta ed esclusiva esperienza dal vasto mondo della fotografia, con introduzione alle nuove tecnologie digitali sviluppate per chi fotografa sia a livello professionale che amatoriale. Al termine della presentazione che includerà i nuovi prodotti in uscita nei prossimi mesi, introducendo anche la nuova reflex EOS 5DS da 50 megapixel, i presenti potranno porre domande e aprire dibatti su temi specifici.

LA SERATA E’ APERTA A TUTTI,
SIETE TUTTI INVITATI al Palmanova Outlet Village, SP 126, KM 1.6, Joannis, 33041 Aiello del Friuli.

ore 17:00

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